Brillante carriera di un'avvelenatrice

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glossolalia glossolalia

Caro Amorechenonseitu,

                       da quando sei partito per la Francia ho lasciato le tue medicine nel frigo. La casa senza di te è più spaziosa ma in fin dei conti mi fa compagnia il cane nero, che ho scoperto essere il mio genio ortopedico e senza equivoci.

Il cestino è ancora benedetto dall'ultima volta e ti scrivo la mia altra coscia, quella un po' monda, mentre annuso una saponetta nuova ancora incartata. Fuori è già buio e non avrei nulla da dirti se tu fossi qui ma siccome mi fai scherzi idioti comparendo a sorpresa nel bagno e finisce sempre che ti scambio per un pazzo psicopatico, scusami, ho dovuto farlo.. ti ho lasciato al supermercato. A quelli che al fondo delle casse raccolgono viveri per il Perù, mimetizzato tra una scatola di piselli ed una scatola di piselli. D'altra parte hai sempre saputo che non ho molto spirito..

Dice la bambina:tutto il senso che c'è sta nella marmellata. Io la ascolto e preparo le stoviglie, ma poi mi viene sonno perchè tu non torni e mi dico che ho già dormito abbastanza, e allora scrivo qualche stupidaggine come quella della ragazza che diventa uccello. Era entrata in un discount per cosmetici che da quando l'avevano aperto non c'era mai stata, era andata negli altri due della città: stessa ditta, diversa sede, diverse commesse. Questa volta un rossetto se lo sarebbe comprato, consapevole dell'ardua scelta per la nounce che tanto l'aveva fatta indugiare nei precedenti. Entra e una delle due commesse è la strega di biancaneve, versione 2.0 modello innocence of ice. La conosce, è una strega finta, di quelle che non può guardare negli occhi perchè è stata proprio lei a farla diventare "sdrega", come dicono le nonne del centro-sud. Ricorda benissimo cosa le ha fatto più di dieci anni prima, potrebbe fare un giro di figura tra le file e presto uscire con lo sguardo basso, potrebbe finalmente andare dalla strega e dirle - guarda mi dispiace non ho pensato ho sbagliato - oppure starsene lì ad evitare il suo sguardo finchè non trovasse un colore plausibile impiastricciandosi tutta la mano sinistra con i tester. Se hai bisogno di qualcosa chiedi pure – dice l'altra commessa molto gentilmente – e la ragazza ringrazia come se a questa le avesse ucciso la sorella, pensa che presto la strega spergerà l'onta sul suo viso confidandosi con la collega e non contempla minimamente che la strega di biancaneve sia una donna riservata o che non gliene possa più fregare di meno. Finalmente esce, le hanno anche dato un astuccio in omaggio e non è neppure brutto, lo potrà sostituire a quello in oscena plastica trasparente che le ha donato con tanto affetto il bibliotecario elfo che crede nelle buone vecchie rime per i buoni vecchi sentimenti. Va nel bagno della biblioteca civica, così può provarsi il rossetto davanti allo specchio, non c'è quasi luce, non importa. Entra in sala lettura con il giornale di poesia, lo sfoglia pensando che non ha trovato un titolo per il suo racconto, l'unico più lungo di tre cartelle che abbia mai iniziato e anche finito. Non ha troppa attenzione per il giornale che da tempo la delude ma incappa nei versi di Elisa Biagini e sì: è un sì. Si segna il nome e pensa che la poesia per lei è quella che le fa venire voglia di scriverla. Torna a casa e si mette al computer, non scrive quasi più sulla carta. Si specchia per guardarsi le labbra colorate sotto una diversa luce, ma la luce va e viene, quella naturale, e non c'è un temporale, forse è colpa del rossetto: la sdrega potrebbe averle fatto un maleficio. C'è da dire che biancaneve è morta da un pezzo, per fortuna, ma la strega è stata ingaggiata per nuovi ruoli sempre più o meno uguali. E insomma la ragazza diventa un uccello e non può più cantare, dà un titolo brutto e scontato al suo racconto, lo registra all'anagrafe affibiandogli in automatico un futuro fallimentare e si fa scattare una foto nel giardino che affianca l'ufficio a ricordo di quel suo mortifero debutto in siae.




glossolalia glossolalia

ho pesato la mia bocca:

al kilo senza sangue

faceva tanto di più,

l'ho portata dal santone

ma non sembra più lei,

l'ho portata dal dottore

ma la voleva tagliare,

glossolalia glossolalia

non sono sicura

ma rendemi mia.

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[on codex:

come in un'opera di Rozi Demant]

allora è così... c'è è là.. poi sù di lato e... non la senti... quasi... mi sfiora... ok? poi da là e mamma mia è pazza... ecco poi lì, sì lì poco sotto gli occhi... rapidissima... vrun, vrun, vrun... e poi dietro... io sempre con gli occhi chiusi, vestita bianco, camicetta... notte... tratttengo per poco ridere... ridere tanto ridere... lei è bellissima batte batte batte le alucce piccole... il cuore le sbatte come un livido... ma qunt'è piccola, dio mio... io sono là, sola tra i soli, ves mi svola intorno, mi azzera sulla fronte, rido, cavoli, sì adesso rido che non la tengo più... mi solletica, disgraziata... rido e lei mi trapana l'orecchio lì vicinissima.. canta ridendo e mi solletica... il cuore le batte come un livido... è stupenda... canta, canta... io sempre occhi chiusi, le mi porta, io chiusi, sola soli... la chiamo ora si muta, ves, ves, ves dove sei?.... chiamo e rido, mi fermo le braccia nude... poi poco dopo ecco mi spaventa e rido... mi becca piccola la mano e apro e lei si infila e si fa il bagno e poi le zampette per il braccio e sale che mi bacia un labbro e vola e ride e... il cuore le sbatte come un livido... ves solleva e io occhi chiusi l'aria un vento lacerato breve obliquo mi posa in cima, mi posa, resto, morbida, morbida, mi copre d'ali, mi copre, occhiu chiusi, d'ali, il tepore e dormo io dormo ves dormo grazie notte

Entro a capofitto nella pagina. chiudo al porta. il capomacchina avvisa la gentile clientela che la segregazione sta per avere inizio. sui denti belli passa la lingua tre volte mostrando per bene a testa alta i segni della decomposizione. wow. penso che è fico. lo faccio anch'io. ma la bocca non posso aprirla, merda. chi me l'ha strappata? faccio per urlare, ma neanche un suono cazzo neppure un mugugno o gemito merda. allora voglio  d i s p e r t a m e n t e alzarmi. incasdrada al sedile. il mio vicino sorride con l'occhio che penzola sulla mia scollatura. anche le tette mi hanno linciato via, anche i capelli, lisci lisci fino al culo. faccio per piangere. non mi bagno neppure un po' gli occhi ho dimenticato di portarli via. sono bruciati, mi dice il capomacchina, sono bruciati e mi da in mano una targa abbrustolita di automobile piccina. la guardo i numeri illeggibili, sporca e deforme la targa si apre come un lenzuolo e mi vede fiamme e una cosa che rotola e finisce in mare e spalsh splash i pesi che fuggono. io li amavo i pesci ma fuggono io li amavo anche quelli più piccoli. adesso che brucio mi si nascondono in gola e poi giocano ad incastrarsi alle ossa dei polmoni. Torneremo a scorrere, rassegnazione. va bene, adesso il capomacchina mi strappa la targa di mano, che rabbia, il capomacchina scorazza per la pagina ad informare gli altri clienti non ancora svegli. si parte, sbatte la campana appesa al collo e disidrata la lingua a passarla ancora tre volte sui denti belli. che rabbia! 

[on codex:

vieni a trovarmi ves?]

...è bello leggerti,come un piccolo appuntamento inatteso...
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